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Previsioni del tempo: …Nebbia ad Agrigento!
La scorsa settimana le condizioni artistiche metereologiche agrigentine hanno confermato uno stato nebbioso sulla città, instabile, ai limiti dell’opacità, un buio da “eclissi solare”. Fenomeni che rimandano ad una scarsa trasmissione di luce, un allontanamento da qualcosa, luce che viaggia velocissima verso di noi, ma che tuttavia non riesce ad arrivare a noi “giurgintani”. La conferma di tutto ciò arriva da un fotografo che di nome fa Tano Siracusa e la cui storia non sarò certamente io a raccontarvela, visto che vi basterà inserire il suo nome su Google Search per arricchirvi di tutte le informazioni essenziali sulla sua vita e le sue opere, incluso un proprio sito web, abbastanza completo.
Personalmente cercherò di concentrarmi su cosa ho visto e “sentito”, e perfino, quasi toccato, visto lo spessore corposo della nebbia che strabordava da queste stampe digitali, esposte nell’unico vero atelier che io conosca ad Agrigento degno di questo appellativo (piccolo ma pur sempre grande negli orizzonti che cerca di darsi come limite), la galleria-studio del maestro Giovanni Tedesco incastonata dentro un cortile tipico del palazzo Portulano, nel cuore di quel centro urbano che come dice Tano S., la nebbia, meglio di qualsiasi altra cosa, c’è lo lascia solo immaginare, sognare, e con molta inquietudine, dimenticare.
Ma di Tano , pro Tano e per Tano, della sua arte, o meglio del suo sguardo e del suo modo di percepire spazio e tempo, della sua eccentricità e della sua deriva, come è stato detto da qualcuno, del suo amore per questa terra, del suo riportare prossimità e lontananza, se ne è parlato tanto e tanto ancora andrebbe detto e sottolineato questo è sicuro. Non peraltro, perché annoverabile a pieno titolo fra i maestri d’arte contemporanei di questa città. Cosa voler di più da un artista che è stato allievo spirituale dei grandi, vedi Cartier-Bresson, Germaine Krull, Robert Capa, Man Ray e Berenice Abbott e altri ancora dell’avanguardia parigina e americana fra le due guerre etc…tutti grandi che sicuramente in Tano hanno lasciato fasci di luce pura; che ha sviluppato un suo linguaggio fotografico negli anni e ha fatto scuola per tanti altri aspiranti fotografi locali e non; cha ha divulgato e informato con il suo “nero” e la sua “luce”, in una città non abituata all’universalità dell’arte, se non in “circolini ristretti”, la geografia ottica del mondo e i suoi risvolti, a volte drammatici, d’attualità e sociale, soprattutto dei tanti sud del mondo. Su questo nessuna nebbia all’orizzonte!

Un uomo appena percepito, sotto un ombrello, verso il nero che diventa tenebra, movimento verso qualcosa di assolutamente ignoto in cui la luce sfoca piano piano verso il buio, la luce inquietante e sporca della nebbia, lo sguardo fisso nel buio, la magnifica asincronia di un momento che rivela “la puntualità ad un appuntamento che si può solo mancare”: la ricerca della luce laddove non c’è ne quasi +. Un ombrello a difesa del buio, del progressivo distacco da un passato ormai fratturato, quasi a tentare di difenderci dalla paura dell’abbandono, desiderosi di trattenere e di appartenere a qualcosa che ormai non si vede più.
Non è detto che l’arte debba produrre per vocazione della luce. Essa può benissimo produrre opacità, che come Tano S. ci ricorda con le sue nuove foto, può anche essere molto interessante, trasformando tutto in una questione di spessore, lo spessore della nebbia che cancella le forme e filtra la luce, diluendola quasi a fondersi sulla carta cotonata come fossero macchie, trasformarsi in pittura e forse questo ci rende la spiegazione del perché Tano espone oggi in una galleria d’arte pittorica.
In questa serie, Tano S. ritrae, anzi sottrae la presenza del soggetto alla scena, la strada avvolta nella nebbia come terreno favorito. Strada dove non c’è miserabilità o estetismo gratuito, sommersa dall’ambiguità tra vedere e non, tra vedere e non essere visto, per resistere a qualsiasi consumo passivo dell’osservatore. Informalizzazione del soggetto-i e lo fa nel tentativo di percepirne l’essenzialità, lo intravede come fantasma, apparenza, lo rende metafisico, facendolo dimenticare, come se ci volesse ricordare, che non è ne presente, ne assente, come “dispensato dalla storia” dello scatto . Inquadra la ritrazione del soggetto, che va decentrandosi a poco a poco, in un gioco di ombre mosse e riflessi colorati scintillanti, anomali per un adoratore del nero su bianco, quasi a voler suscitare voglia di scoperta e rinascita, senza poter indicare vie d’uscita sicure verso la luce chiara e sgombra, ma soltanto cercare di constatare un momento di riflessione sul contemporaneo.
Strategie artistiche digitali post-scatto basate su una riflessione a lungo valutata, e che la nebbia ha soltanto portato alla “luce”, in tutto il suo spettro di colori. Il lento avvicinarsi al digitale proprio quando da tutte le parti, si sostiene il ritorno all’analogico per manifesta superiorità qualitativa e di perfomance professionale. Questa irrinunciabile contro-tendenza del vero artista!
Questa è la foto di Tano Siracusa che ho intravisto nella nebbia ad Agrigento.
A margine di questo articolo, e a proposito del digitale e della rappresentazione del reale, voglio citare una recente polemica che è nata su una foto accusata di montaggio fotografico e che ha scatenato polemiche e diviso l’opinione pubblica in Europa e nel mondo. La foto è quella di Alice Smeets che è passata al Concorso Internazionale della Fotografia di Berlino ed è stata eletta come foto dell’anno dall’UNICEF.

La foto rappresenta una bambina in vestito bianco che va dibattendosi in un mare d’immondizia putrida con al fianco due maiali, il tutto con lo sfondo di una bidonville Haitiana. La giovane fotografa belga è stata accusata da un giornale locale di aver fatto un montaggio digitale per ottenere un opera degradante e disperata per il paese Haiti. Ciò non toglie che il messaggio è inequivocabile, non peraltro perché in ogni caso quella condizione esiste e la fotografa si trovava lì a prendere lo scatto.
Quindi anch’io come Tano Siracusa mi chiedo: … la posta in gioco è, se non la verità, la possibilità di costruire un ponte verso di essa?
Telefonini, wifi, Bluetooth…le onde ci uccideranno?
E se veramente l’high-tech fosse il prossimo scandalo sanitario? Dai mal di testa a tumori, certi effetti nefasti sono già stati provati. Fra industriali rassicuranti e scienziati allarmati, la confusione è grande.
A quanto pare potrebbe capitare da un momento all’altro: grande fatica, mal di testa, insonnia, irritazioni degli occhi…tanti fenomeni che potrebbero peggiorare nei luoghi pubblici (stazioni, mezzi pubblici, bar) quando siete di frone al vostro portatile o state parlando al telefonino. In quel momento non ci capirete molto, il vostro medico ancora meno, ma questa curiosa malattia potrebbe avere un nome: elettrosensibilità. In altre parole un rigetto fisico dei campi ed onde elettromagnetiche che ci circondano.
Da wikipedia:” l’elettrosensibilità è una condizione in cui un soggetto accusa sintomi fisici e/o psicologici che sembrano aggravarsi da campi magnetici o campi elettrici o altre onde elettromagnetiche a un livello di esposizione tollerato dalle altre persone. È una materia controversa, poiché mentre esiste un collegamento tra l’esposizione ai campi magnetici intensi e i sintomi provati dai soggetti, non c’è attualmente un test specifico. Al presente la maggioranza dell’opinione scientifica non crede che ci sia una grande evidenza di tale collegamento, ma molti pazienti e i loro gruppi di supporto sono fermamente convinti di tale relazione. Molti apparecchi elettrici sono stati accusati di causare la sintomatologia e una ricerca recente ha scoperto che le antenne per i telefoni cellulari e per i cordless, linee elettriche ad alta tensione ravvicinate, trasformatori e telefoni cellulari sono le più comuni fonti di disturbi da elettrosensibilità.(Röösli et al, 2004)”.
Dunque, i sintomi possono essere ultra-vari, possono essere benigni o aggravare talmente la vita delle persone che queste sono obbligate a cambiare radicalmente vita. Come il caso di un signore francese (M.M.), vecchio maestro di scuola, ch’è stato costretto a non abitare + in un agglomerato urbano e partire a vivere in aperta campagna e che per questo è stato soprannominato “Matthias dei Boschi” come il più noto Robin.
Da qualche anno si parla a destra e manca di questo problema e il timore che possa veramente riguardare il nostro quotidiano sta prendendo proporzioni sempre + ampie. Gli studi scientifici si moltiplicano, (ma spesso vengono messi in sordina) certi governi, come quello svedese riconoscono il problema ufficialmente come handicap, e a seconda del paese le proporzioni di eletrosensibilità variano da qualche individuo fino all’8% delle persone interrogate. Studi che fanno capo all’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) stimano che in Italia venga colpito dall’1% al 3% della popolazione. In Italia sorgono sempre di più associazioni organizzate o anche semplici gruppi di persone di qualunque età, professione, sesso che si organizzano per resistere: i processi intentati agli operatori o ai proprietari di immobili che autorizzano il posizionamento delle antenne, la lotta contro le antenne sistemate troppo vicino a strutture pubbliche o quartieri urbani a grande densità di famiglie residenti, sono tutte forme di resistenza organizzata che stanno conoscendo un rapido sviluppo in europa e anche in Italia.
Il principio dell’elettrosensibilità è semplice da capire e in effetti lo viviamo tutti i giorni con i nostri forni a micro-onde. Le onde elettromagnetiche, assorbite dalle molecole d’acqua del nostro corpo, le spingono a sfregarsi ( le molecole), ed è questo che produce del calore, da qui l’impressione dell’orecchio che si riscalda quando ad esempio ci dilunghiamo in una conversazione al cellulare. Ben inteso che queste micro-onde non sono così forti da cuocerci come un pollo, ma abbastanza forti da provocare i sintomi descritti in precedenza. forse perchè le norme di emissione massimali di queste onde superano di gran lunga quello che gli scientifici raccomandano. Quest’ultimi stimano che per preservare la nostra salute, le onde non devono superare 0,6 V/m, allora che la legge italiana prevede lil 6 V/m. Tasso che come riconoscono in molti, non è fissato in funzione dei dati scientifici, ma secondo degli accordi presi con gli industriali, gli stessi che ci vendono i telefonini.
In ogni caso, il numero di persone che soffrono di questi mal di testa sale sempre di più, e gli scientifici danno l’allarme . L’O.M.S . e i vari ministseri della Salute, anche se riconoscono la sindrome e racommandano un uso moderato per i bambini, continuano a ribadire che nessun studio scientifico ha fino adesso realmente provato il legame fra l’esposizione ai campi elettromagnetici e i sintomi dell’elettrosensibilità. Nel 2007, una sintesi d’esperti scienziati dal mondo intero , il Rapporto BioInitiative, frutto di 1500 lavori internazionali sui campi elettromagnetici, validato dalla Agenzia Europea per l’Ambiente, ha avuto l’effetto di una bomba. Le conclusioni sono sconvolgenti: perdita di tenuta della barriera sangue/cervello, genotossicità (danni al DNA), pertubazione delle cellule, effetti sul sistema immunitario, disordine nel comportamento e nel sonno, formazione di tumori al cervello , leucemie…
Il professore Leif Salford, ricercatore in neuro-oncologia a Lund (Svezia), ha semplicemente affermato:”Un adolescente che ha un cellulare contro la testa una mezzora o più al giorno rischia un Alzheimer a 30 anni.” E secondo un altro professore, Dominique Belpomme, eminente oncologo, non bisogna più girare intorno all’argomento:”Il legame fra telefonino cellulare e cancro del cervello è un fatto reale: c’è un rischio di sviluppare un tumore cerebrale o del nervo acustico dopo dieci anni d’utilizzo per più di un ora al giorno. Allo stesso modo i bambini che vivono in prossimità di linee ad alta tensione sviluppano più facilmente delle leucemie. Conviviamo con uno speculare diniego scientifico come all’epoca dove le marche di sigarette cercavano di soffocare quelli che volevano avvertire il pubblico dei pericoli del tabagismo.”
Ecco in tre parti da Utube un video già molto conosciuto tratto da in servizio televisivo su WI-FI della trasmisione Report - Rai tre, del 11/05/2008
Certo è che gli interessi delle compagnie che operano nel mercato della telonia mobile e del wifi sarebbero alquanto intaccati da nuove disposizioni legislative che per esempio imponessero la sostituzione delle attuali antenne con delle nuove, basate su un sistema di multiple antenne relé, che permetterebbero di abbassare drasticamente il livello d’emissione di ognuna di esse, conservando così un buon livello di rete wifi e una buon funzionamento della telefonia mobile. Ma, e veniamo al dunque, i costi di tale operazione sono alti, si parla di circa 100.000 euro, e i colossi della telefonia mobile e del WIFI preferiscono aumentare la potenza delle già esistenti, a scapito della nostra salute, piuttosto che piazzarne di nuove.
Fare i lavori domestici fa bene al morale!
Secondo certi studi recenti, l’esercizio fisico (ex.la pratica di uno sport semplice come la marcia), il giardinaggio e più sorprendemente il “menage domestico” avrebbero degli effetti sul benessere fisico.
Queste pratiche fisiche o ancor meglio i lavori domestici sarebbero in competizione con i tanto criticati anti-depressivi, quest’ultimi presi di mira recentemente soprattutto dai media. A quanto pare basterebbero venti minuti a settimana di una di queste attività per migliorare la propria salute mentale e allontanare più in là lo spettro degli effetti deleteri della depressione, patologia che di questi tempi (vedi crisi economica e disoccupazione) potrebbe anche conoscere incrementi notevoli.
Le ragioni per cui fare il “menage a casa” aiuterebbe il benessere fisico, secondo una neurobiologista americana, Kelly Lambert, prendono spunto dal fatto che la depressione all’epoca dei nostri antenati era molto meno frequente che oggi, allorquando la vita paradossalmente era molto più difficile.
Storicamente, l’essere umano deve fare degli sforzi importanti per sopravvivere. Il cervello umano, quindi sarebbe programmato per fornire una “ricompensa allo sforzo”, sviluppando dei circuiti che collegano i “pensieri orientati ad uno scopo” allo sforzo fisico, e al piacere. Ai nostri giorni, con la facilità materiale delle nostre vite (lavatrici, lavastoviglie, pietanze già pronte), questi circuiti sarebbero molto meno stimolati dallo sforzo fisico, causando meno auto-soddisfazione, e per conseguenza aumenterebbe anche la vulnerabilità alla depressione.
In conclusione, una volta che anche terapeuti e medici ormai raccomandano l’esercizio fisico per combattere la depressione, possiamo aspettarci che presto i lavori domestici saranno prescritti su ricetta, poichè essi non solo fanno bene alle nostre case, ma anche e soprattutto al morale!!
Deprimenti, questi programmi…

Dei ricercatori dell’università di Pittsburgh e della Harvard Medical School hanno trovato una correlazione fra il numero di ore passate davanti la TV dagli adolescenti e il loro rischio di divenire depressi patologici. L’articolo spiega tuttavia che la televisione non è forzatamente la causa delle future depressioni, ma che i futuri depressi tenderanno a guardare con adorazione il piccolo schermo. Non sarà mica il momento di cominciare ad andare al cinema…
fonte: tinyurl.com/b93v95












