L’estetica dell’inestetico o altrimenti il bello delle tenebre primaverili!

A cura di del 5 febbraio, 2009 alle 7:25 pm.

fashionistaDa sempre febbraio ad Agrigento è stato un periodo di ribollizione culturale, non peraltro l’annuncio di una nuova primavera imminente, che già di per se mobilità battaglioni di ormoni impazziti, scuote in positivo gli animi assonnati, quasi letargici, della cittadinanza locale. In questo periodo viene fuori più che in qualsiasi altro periodo la vera essenza della città e il suo stato dell’arte. Perché febbraio vi chiederete e non luglio con San Calò o Pasqua o Natale o che so che altro…Beh, opinione personale (questa riflessione volendo la potrei  applicare a qualsiasi città occidentale), è che in febbraio  + che in ogni altro periodo dell’anno ogni comunità cittadina, soprattutto di provincia, si deve muovere autonomamente per produrre eventi e manifestazioni aggregatorie e allo stesso tempo culturali, non potendo ne utilizzare forme laiche di feste istituzionali nazional-popolari, ne quelle sacro-religiose universali e globalizzanti. Insomma è il periodo del vero stato dell’arte di una cittadina, dove tutti sono + arditamente volenterosi di esprimere appartenenza ed identità locale  e, quindi, offrire al pubblico avvenimenti culturali e artistici vari. Tutto ciò potrebbe coincidere, ad esempio,  con l’evento della  lIV Sagra del Mandorlo in Fiore, che come recita lo slogan di un depliant ufficiale “…c’è nell’aria qualcosa di nuovo…i colori della primavera…il calore dei popoli”.
Ecco che appare, personalmente direi anche finalmente,  l’uso della parola “nuovo”!  Ma cosa c’è di nuovo in questa città o per questa città ??? Boah! Bisognerebbe fare un indagine sul campo, magari direttamente nei posti fortunati dove si lavora o sulle meno felici “panchine affollate” di qua e di là sparpagliate in città, per capire come si percepisce questo nuovo che avanza.  Siccome, naturalmente, non posso farmi carico di un’indagine sociologica,  per le quali difetterei senz’altro in competenza e tecnica , non volendomi nemmeno unire ai seguaci della teoria dell’approssimazione per definizione, cerco d’interpretare i segni e i simboli che mi si parano davanti nel contesto in cui vivo.
In quest’ottica, il nuovo che mi appare possibile in un tale contesto cittadino è il tentativo di formalizzare a rappresentazione-simbolo-stato dell’arte per questa città l’estetica del brutto !
Chiamasi estetica del brutto, secondo quando una lettura attenta  di Rosenkrantz* fornisce come spunti interpretativi: l’assenza di forma definita, la scorrettezza, lo sfiguramento o la deformazione. Tassonomie sicuramente arbitrarie con  eccesso di schematizzazione, euristicamente traballanti (per carità lungi da me l’ipotesi di narcisismo intellettuale), ma che forse calzano a pennello al concetto che voglio esprimere.
Fissate queste chiavi di lettura, il discorso scorre da sé!
Assenza di forma definita:  a parer mio tutto ciò che ispira e si muove in questa città è attualmente informe, non definibile, tendente alla dissonanza, al criptaggio totale; individui criptati in mentite spoglie si aggirano producendo disarmonia e mimetismo sociale, scambiando la falsità per autenticità. Ed è proprio questo il punto interessante, che proprio il concetto di falso, di non originale ci restituisce il concetto di bello e  lo fa percepire come un’opera d’arte, tanto più bella quanto più grande è la quantità di brutto, di falso che ha dovuto sopraffare. In poche parole,  noi esprimiamo il peggio (il falso o non autentico) per poter percepire che esiste il bello, per renderci consapevoli che questo si trova altrove sicuramente e che bisogna ricercarlo!
Brutto è anche essere scorretti, che interpreto più come: imperfetto, inesatto, approssimativo,  che come opposto di politically correct. E allora penso che non esista cosa + imperfetta  della comunicazione e del linguaggio attuale dei segni di questa città, cosa che ancora una volta ispira la ricerca di perfezione, di critica, di provocazione sfacciata, di spontaneismo artistico, di sapiente riflessione. Ciò produce arte e il bello di questa città!  Proporsi come un genio del designer, piuttosto che come un grande pittore, scrittore, regista o grande politico o attore, o che so che altro, quando forse si è stati scorretti copiando cosa altrui e per di + in modo inesatto, questo è il paradigma, il manifesto dell’estetica del brutto, du “moche” come dicono i francesi, ciò spinge ancora una volta alla ricerca di una puntualità, di un giusto, di ciò ch’è + conveniente:  ciò  è arte allo stato puro!
Potrei continuare nell’esercitarmi a svelare lo sfiguramento e la deformazione che esprime questa cittadina e suoi + altissimi “geni” locali, ma penso che l’agrigentino sia esso il primo consapevole delle capacità in tal senso che può vantare, e che in fondo inconsapevolmente ne apprezza e ne difende le azioni, quasi fosse il suo “branding”, il suo proprio modo di comunicare, e del resto come non dare ragione ad un naso storto su una bella faccia, ad una scritta demenziale su di un muro antico, ad una gamba spezzata di un efebo, “a sti quattro petri caduti”, alla bellezza del quartiere della storica “frana”, a tutte quelle cose spiazzate un po’ qui e un po’ là…Deformare è sicuramente un arte tanto quanto formare, e a volte produce + nuovo di qualsiasi altra azione formatrice, solo per il fatto che genera soluzioni autarchiche, irruenti, esagerate e particolarmente originali! Beh, almeno si spera!
Dunque, il mio augurio è quello della continuità lungo questa strada, di tracciarne le implicazioni profonde con altre culture, anche lontane nel  tempo e nella forma, di saper  far evolvere “questo brutto” in tenebre, in mancanza totale di luce,  fissare lo sguardo sull’oscurità culturale in cui viviamo e rappresentarla in ogni modo. Inconsapevolmente essere contemporanei, in maniera naturale e casuale. Essere così all’avanguardia!
Trovarsi al centro della contemporaneità, significa vivere il proprio tempo,. Fuori dalle logiche felici del consumo e del “bling-bling”. Scontrarsi con lo sfasamento e l’anacronismo del mondo patinato e asettico dell’uomo post-moderno, senza macchia e senza sbavature! In distonia con la perfezione industriale della copia, che fa tanto pop-art e antico! Buio totale, feudalesimo espressionista, interruttore spento, rancolando nel buio: da ciò si riparte!
E forse la fiaccolata che ho visto di sfuggita ieri sera formalizza una volta ancora, nella sua bruttezza ideale, proprio la nostra contemporaneità. Il mondo in questo momento è brutto, arrabbiato, affamato, ingiusto, deformato, sfigurato dalla guerra a dall’immondizia, reso informale dal controllo dei poteri egemonici,  vittima di rapporti fra popoli e comunità al massimo dello squilibrio e dell’imperfezione, traballante e rinchiuso in una forma dissonante ed ingiusta di gloabalità. Allora, fin quando vivremo in quest’epoca di tenebre, di estetica dell’inestetico, questa città potrà dire di essere all’avanguardia, di far parte del  mondo di esprimere arte vera. Siamo gli ultimi in economia e in occupazione, ma siamo primi in sincronismo e attualità all’ unisono con l’epoca che stiamo vivendo!

jsc08651A proposito di estetica del brutto, il molto newyorkese Josh Smith, che si è fatto notare all’ultima Biennale di Lione, porta avanti la pittura del brutto e sostiene anche la cartellonistica pastosa e l’ ipercollage spesso.
Josh Smith utilizza le lettere del suo nome come pretesto e motivo per dipingere. La maggior parte delle volte Smith lavora su tela o pannello di legno, “mixando” pitture e collage di fotocopie e di poster, s’ interroga sulla nozione d’autenticità e sul mito dell’artista.
La ripetizione sistematica, manuale o meccanica, del suo nome lo svuota di senso e lo transforma in significato generico. Josh Smith può  così sperimentare liberamente a partire da espressionismo, pop art o la “bad painting”. La sua tecnica, che si può accostare a quella di Albert Oehlen o di Martin Kippenberger, mette in gioco la materialità e il formalismo per mezzo di un approccio prolifico e ludico.

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