
La ricchezza offre la possibilità di liberare il proprio tempo e il proprio spirito da tutta una serie di problemi materiali che avvelenano la vita della maggior parte della gente. Ma la ricchezza, non è soltanto livello di reddito, è anche un modo di essere, significa sicurezza di se, facilità, modo di parlare, sapersi tenere in società, essa marca l’individuo attraverso l’incorporazione fisica dei privilegi.
A volte basta un semplice imprevisto nella vita di tutti i giorni, un frigo che smette di funzionare, un grave danno al mezzo con cui si va a lavoro, le spese per curare il braccio rotto del proprio figlio, una super bolletta dell’energia elettrica…etc . ( si potrebbero fare molteplici esempi), perché possa manifestarsi nel “nostro giardino” l’irreparabile. Trovare una soluzione può essere difficile: diventa complicato andare a lavoro senza mezzo…quella multa di qualche anno addietro, che si è ripresentata maggiorata con gli interessi, proprio non riuscite a pagarla insieme alla bolletta dell’elettricità…il cibo andrà in malora se non vi sbrigate a sostituire il frigorifero…etc… In una situazione di crisi sociale, come quella che stiamo vivendo, un incidente banale può condurre al dramma, scatenando ingranaggi funesti. I soldi non sempre risolvono tutti i problemi, ma in alcuni casi possono evitare che spiacevoli disagi della vita quotidiana non virino in tragedie.
Nonostante ciò, la vulgata del senso comune afferma che la ricchezza non da la felicità. Facendo di necessità virtù, si preferisce credere che la ricchezza non apporti la felicità e che, al contrario, sia una fonte di vincoli: un certo “alleggerimento” sarebbe necessario per un’esistenza libera e felice. Per dirla alla “Jean de La Fontaine”, il finanziere nella sua favola è preoccupato a tal punto che perde il sonno, allorquando il ciabattino « chantait du matin au soir » (cantava dalla mattina alla sera - “Il Ciabattino e il Banchiere” ).
Questo luogo comune è oggi ripreso dalla generalità dei media, di qualsiasi tipo, dilungandosi sui malesseri che affliggono le “povere” famiglie ricche, le “vedettes” dello show business o le stelle del calcio stramiliardario. Tutte persone benestanti e nondimeno colpite dal destino. Certamente gli stessi media illustrano bene anche i loro articoli o servizi con fotografie di super ville sul mare della Costa Smeralda o Costa Azzurra, o su varie isolette esotiche disperse nel mondo, certi yacht interminabili e delle vetture a quattro o due ruote super lucide e roboanti. Ma le separazioni, le malattie, gli incidenti della vita rimettono in pari tutta questa opulenza: secondaria e finalmente insoddisfacente. A chi non è mai capitato di incrociare o di avere a che fare con un ricco, se ci concentrassimo bene sulle nostre esperienze cominceremmo a pensare forse un po’ diversamente. I soldi danno il potere, non solamente nei rapporti sociali, ma anche su beni rari e preziosi, lo spazio e il tempo.
La ricchezza permette, sicuramente, di acquistare degli oggetti di lusso costosi. Ma non è che la parte più evidente delle disuguaglianze immense che essa genera: è all’origine di esistenze fuori dal comune perché esse sfuggono alla sorte comune.
Il potere dei soldi si può misurare anche a partire dallo spazio. I luoghi dove il ricco abita, e dove anche, per dirla alla siciliana, il cosiddetto “arrinanzato” vuole abitare, sono spazi generosamente grandi, centinaia e centinaia di metri quadrati abitabili e con il massimo delle comodità. Per i figli dei ricchi è scontato che i compiti non si fanno sulla tavola della sala da pranzo, aventi diritto sin dalla più tenera età, all’intimità della loro bella e spaziosa camera personale. Lo stesso corpo è modellato su la messa in scena permanente sotto lo sguardo attento degli altri. Egli impara a mostrarsi degnamente, a gestire bene i propri gesti. Quello che cresce in uno stretto alloggio da operai, ingombro, scomodo, sa bene come è difficile controllare il proprio corpo in una situazione pubblica. Queste sono esperienze fondatrici della agevolezza o del malessere a scuola, sul posto di lavoro, nelle riunioni di tutti i tipi. Il vivere nei quartieri alti del centro, residenziali, belli ed organizzati, con verde, strade larghe, viali alberati, anche questo paga, e anche il prezzo dell’immobiliare prende in conto questi privilegi. Tutto questo esprime, simbolicamente, la facciata sociale, come ben sappiamo, degli interessati. Quindi, lo spazio è ugualmente controllato. Le famiglie che abitano questi luoghi sono selezionate dai soldi, secondo la logica sacrosanta del mercato. Non devono esistere poveri o qualche piccolo borghese ruvido o ancora non del tutto “arrinanzato” ( cioè che ha ottenuto uno status tale di ricchezza da farlo entrare nella casta dei privilegiati) che possano rovinare il paesaggio. La segregazione spaziale, che all’occorrenza è piuttosto un’aggregazione di simili, è supportata dalla creazione di luoghi preservati in seno a questi spazi che di per se sono già privilegiati. Le mega ville, al mare o in montagna o in campagna, in luoghi esclusivi e da cartolina, sono il prodotto della ricchezza coniugata con la coscienza di appartenere ad un’elite, preoccupata solo di gestire i suoi margini e il suo quadro di vita.
Questo controllo dello spazio arriva fino all’appropriazione di fatto di spazi pubblici. In effetti, sono sempre i circoli o club più esclusivi e ristretti di privilegiati che possono usufruire al meglio e gestire come vogliono il bene pubblico, naturalmente, anche spazi pubblici importanti per cultura, storia e società.
Anche in viaggio, i privilegiati della ricchezza, non si mischiano con il banale uomo comune, se non allorquando gli fa comodo. Così magari si possono ritrovare fra loro in ambienti lussuosi e rilassanti, in città e luoghi di paesi dove la miseria è dappertutto senza nemmeno avvertirne la presenza. Oppure seguire per il mondo circuiti che passano attraverso le più grandi metropoli, dove ritrovare e frequentare sin da subito i loro pari e così permettendogli anche di superare in tutta facilità le normali difficoltà che un comune viaggiatore incontrerebbe.
Bei quartieri, luoghi esclusivi di villeggiatura, vita in cerchi ristretti, grand hotels, tutto questo ha un prezzo. Ma la ricchezza a volte non è sufficiente. A volte non basta nemmeno aver fatto i soldi per entrare a far parte di questo esclusivistico mondo.
Questo sentire dell’essere-fra-di-loro assicura il piacere di essere in compagnia di propri simili, al riparo da possibili problemi derivanti da promiscuità fastidiose. L’essere-fra-di-loro gli permette di lasciarsi andare alle disposizioni del proprio habitus (progetti d’azione o di percezione che l’individuo acquisisce attraverso un suo processo di socializzazione – da Pierre Bourdieu in “La distinzione. Critica sociale del gusto”, Il Mulino, 2001) e tutto questo oggi si declina in scala mondiale, stante il cosmopolitismo uno dei tratti dominanti dell’elite sociali nel mondo.
Nel quotidiano più ordinario, i ricchi godono di inauditi privilegi quanto alla gestione del loro tempo. La macchina in panne mentre si va a lavoro, una perdita d’acqua in casa, una borsa rubata, un treno perso, una lavatrice da sostituire… tutte queste noie sgraffignano solo del tempo. Senza contare i compiti fastidiosi e ripetitivi del lavoro domestico, il portarsi dal domicilio di casa sul luogo di lavoro, i compiti da correggere ai figli. Detto questo, penso si possa dire che i soldi permettono di guadagnare un mare di tempo! La vettura non parte? Prendiamo un taxi o la seconda auto in garage o la terza…Chiamiamo un artigiano… I lavori domestici… si affidano al personale di servizio. I figli hanno le tate. Il tempo dei più ricchi è libero dalle costrizioni più soffocanti. Questo non impedisce di avere un’agenda molto piena, ma si tratta di impegni legati ad attività d’affari, alla gestione del capitale, alle relazioni, che sono la ricchezza principale nel loro ambiente.
Essere servito è uno dei privilegi più inestimabili della ricchezza. I giorni ritrovano la loro beata pienezza. Il tempo non è lo stesso per tutti, questo è sicuro. Si può metter sullo stesso piano lo studente “libero” e quello che deve lavorare?
Il rapporto con il tempo nelle famiglie ricche varia secondo l’anzianità della loro ricchezza. Nei vecchi lignaggi, il rampollo impara ad orientarsi nella dinastia familiare. I giovani attingono ai ricordi di quelli che li hanno preceduti. Vi ritrovano l’esortazione a continuare, a conservare nella famiglia questo bene che incarna la continuità. I nuovi ricchi sono sempre più numerosi ad ingaggiarsi in un percorso simile: come se la grande ricchezza, senza dubbio perché suppone la trasmissione di privilegi importanti, implicherebbe la nascita di una nuova dinastia. Gli esempi e i nomi di tale tendenza si possono ricavare facilmente fra le fila di tutta questa bella e nuova alta società italiana che tanto fa parlare di sé i giornali, per il potere, l’economia e l’alta finanza. Come dire che i soldi sono portatori di un bene rarissimo, l’immortalità simbolica.
Sicuramente, quest’immortalità è relativa. Ma che comunque può dare un po’ di serenità davanti alla morte ineluttabile: non è indifferente sapere che ci sono degli antenati e che si avranno dei discendenti, e che si appartiene quindi a un lignaggio di cui l’esistenza trascende la vostra. La ricchezza così porta essa stessa una dimensione simbolica che la supera e che non è un valore minore rispetto alla ricchezza materiale stessa. Una padronanza del tempo illusoria ma che partecipa alla costruzione dei vantaggi più profondi della ricchezza, la sicurezza per se stessi e la propria serenità.
Osservata nel lungo periodo, la ricchezza deve anche essere registrata nei corpi per arrivare alla sua metamorfosi totale: dalle visibili proprietà materiali della persona, dai poteri legati alla potenza dei propri soldi, la ricchezza deve divenire qualità della persona stessa. Fra i nuovi ricchi e le vecchie fortune, la differenza è questa: i primi godono di segni esteriori di ricchezza, i secondi beneficiano di una ricchezza interiore, fatta un tutt’uno con il corpo in qualche modo.
Questa trasformazione del corpo è il frutto della paziente acculturazione delle generazioni: lungo l’arco di decenni, apprendistati espliciti e interiorizzazioni per osmosi modellano i comportamenti, la maniera di gestire il proprio corpo, il linguaggio, i gusti, culturali come alimentari. Queste trasformazioni delle disposizioni dell’habitus costruiscono differentemente le personalità. Per la prima generazione, l’arricchimento recente si fa ancora sentire, poi, poco a poco, i figli, i nipoti, acquisiscono i segni dell’eccellenza, e non si fanno più notare per la loro ruvidezza sociale. Tutto questo attiene alla discrezione dell’eleganza, al taglio dei capelli, alla cortesia delle relazioni con il personale…Il processo raggiunge il suo arrivo quando si dirà di tale ereditiera-o che ha della classe. Come dire che la classe è in lui o lei secondo natura, distinta e distinguibile, in pratica costruzione prevalentemente sociale che passerà per espressione di qualità innate.
Questa aristocrazia dei soldi che gode di un potere su spazio e tempo modella un mondo a sua immagine e somiglianza. Tutto deve essere su misura alla loro vita anche quello che indossano nella maggior parte dei casi! Infatti, i privilegiati della ricchezza vanno a braccetto con il fatto di essere considerati come persone eccezionali, uniche. Il controllo sullo spazio di residenza, o sui luoghi di villeggiatura conduce quindi ad un ambiente in perfetta armonia con questa “superiore” classe sociale.
Si può dire che le disposizioni dell’habitus sono aggiustate in rapporto alle condizioni della pratica e reciprocamente. Se ammettessimo che una parte almeno di bisogni nasce nella discordanza fra le condizioni di vita e le attese e le esigenze delle disposizioni interiorizzate, si capisce allora come le famiglie della vecchia borghesia e dei nuovi ricchi vedano i loro bisogni soddisfatti. Vivono con grandi risorse e in un ambiente tale che il mondo che li circonda risponde alle loro attese. Si capisce così perché il loro ambiente viva nella e di cortesia. In rapporto al comune mortale, le persone più ricche vedono realizzarsi la maggior parte delle loro aspettative e vivono in società, o almeno nella loro società, come pesci in acqua.
L’incorporazione dei privilegi si realizza quindi con la naturalizzazione arbitraria di qualità che invece sono sociali, che provengono dalla ricchezza materiale, con l’acquisizione di mezzi. Questa confusione fra innato e acquisito permette di vivere la ricchezza, vecchia o nuova che sia, come una grande chance legata alla nascita, non come invece una grande ingiustizia, insomma come se fosse un caso, come risultato dell’eccezionalità della persona. Certo potrebbe essere un privilegio quello di appartenere ad una dinastia. Apparirebbe quasi come naturale, quindi con un fondo di verità: noi proveniamo tutti dal profondo dei secoli attraverso multiple generazioni di antenati. Ma solo le grandi fortune e la riuscita sociale permettono di costituire questi lignaggi, realmente esistiti ma oscuri, in genealogia debitamente repertoriabile e vivente. La loro storia e scritta su monumenti, lapidi, quadri, proprietà immobiliari familiari…Tutto questo, però, non ha niente a che fare con i quartieri popolari dormitorio alle periferie delle città, dove crescono a dismisura i problemi sociali, e che sovente vediamo sparire o marcire sotto gli occhi di qualche fortunato che è riuscito a tirarsi fuori da lì e che vede sparire per sempre il maggior testimone della loro infanzia. Due pesi e due misure: da una parte i ricchi vivono sempre meglio la loro ricchezza come ricompensa dei loro “immensi meriti” che la maggior parte dei cittadini di questo strano paese sembra accordagli, e gli umili, i loser, i falliti socialmente, vivono con senso di colpevolezza una povertà che essi credono dovuta solo alla loro incapacità, al loro non essere all’altezza del mondo, il mondo dei ricchi, quello che ci viene propinato come modello unico di sviluppo. Che paradosso! Il ricco piange godendo mentre il povero canta della sua colpa mentre annega in mare circondato da ricchi pesciolini.
Il consenso unanime che sembra il popolo accordi un po’ in tutta Europa, al centrodestra, o diciamo al centro, ( perché solo questo punto della retta esiste ormai in politica), indica una specie di allucinante ammissione di responsabilità delle classi meno abbienti, una sorta di muta e sorda auto-sottomissione nel riconoscimento di una superiorità scontata delle elite. Questo consenso che sembra estendersi anche sul carattere d’inevitabilità dell’economia di mercato, rinforza la buona coscienza e la sicurezza di se del benestante ricco, colpevolizzando i più poveri e sistemandoli invece in spazi e corpi devastati e tormentati, e portandogli via l’arbitrarietà nel gestire il loro tempo.
Buona pasqua!


La stella di
Davvero eccezionale!