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News da Agrigento in Sicilia…

Previsioni del tempo: …Nebbia ad Agrigento!

La scorsa settimana le condizioni artistiche metereologiche agrigentine hanno confermato uno stato  nebbioso sulla città,  instabile, ai limiti dell’opacità, un buio da “eclissi solare”. Fenomeni che rimandano ad una scarsa trasmissione di luce, un allontanamento da qualcosa,  luce che viaggia velocissima verso di noi, ma che tuttavia non riesce ad arrivare a noi “giurgintani”. La conferma di tutto ciò arriva da un fotografo che di nome fa Tano Siracusa e la cui storia non sarò certamente io a raccontarvela, visto che vi basterà inserire il suo nome su Google Search per arricchirvi di tutte le informazioni essenziali sulla sua vita e le sue opere, incluso un proprio sito web, abbastanza completo.
Personalmente cercherò di concentrarmi su cosa ho visto e “sentito”, e perfino, quasi toccato, visto lo spessore corposo della nebbia che strabordava da queste stampe digitali, esposte nell’unico vero atelier che io conosca ad Agrigento degno di questo appellativo (piccolo ma pur sempre grande negli orizzonti che cerca di darsi come limite),  la galleria-studio del maestro Giovanni Tedesco incastonata dentro un cortile tipico del palazzo Portulano, nel cuore di quel centro urbano che come dice Tano S., la nebbia, meglio di qualsiasi altra cosa, c’è lo lascia solo immaginare, sognare,  e con molta inquietudine,  dimenticare. Leggi tutto»

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L’estetica dell’inestetico o altrimenti il bello delle tenebre primaverili!

fashionistaDa sempre febbraio ad Agrigento è stato un periodo di ribollizione culturale, non peraltro l’annuncio di una nuova primavera imminente, che già di per se mobilità battaglioni di ormoni impazziti, scuote in positivo gli animi assonnati, quasi letargici, della cittadinanza locale. In questo periodo viene fuori più che in qualsiasi altro periodo la vera essenza della città e il suo stato dell’arte. Perché febbraio vi chiederete e non luglio con San Calò o Pasqua o Natale o che so che altro…Beh, opinione personale (questa riflessione volendo la potrei  applicare a qualsiasi città occidentale), è che in febbraio  + che in ogni altro periodo dell’anno ogni comunità cittadina, soprattutto di provincia, si deve muovere autonomamente per produrre eventi e manifestazioni aggregatorie e allo stesso tempo culturali, non potendo ne utilizzare forme laiche di feste istituzionali nazional-popolari, ne quelle sacro-religiose universali e globalizzanti. Insomma è il periodo del vero stato dell’arte di una cittadina, dove tutti sono + arditamente volenterosi di esprimere appartenenza ed identità locale  e, quindi, offrire al pubblico avvenimenti culturali e artistici vari. Tutto ciò potrebbe coincidere, ad esempio,  con l’evento della  lIV Sagra del Mandorlo in Fiore, che come recita lo slogan di un depliant ufficiale “…c’è nell’aria qualcosa di nuovo…i colori della primavera…il calore dei popoli”.
Ecco che appare, personalmente direi anche finalmente,  l’uso della parola “nuovo”!  Ma cosa c’è di nuovo in questa città o per questa città ??? Boah! Bisognerebbe fare un indagine sul campo, magari direttamente nei posti fortunati dove si lavora o sulle meno felici “panchine affollate” di qua e di là sparpagliate in città, per capire come si percepisce questo nuovo che avanza.  Siccome, naturalmente, non posso farmi carico di un’indagine sociologica,  per le quali difetterei senz’altro in competenza e tecnica , non volendomi nemmeno unire ai seguaci della teoria dell’approssimazione per definizione, cerco d’interpretare i segni e i simboli che mi si parano davanti nel contesto in cui vivo.
In quest’ottica, il nuovo che mi appare possibile in un tale contesto cittadino è il tentativo di formalizzare a rappresentazione-simbolo-stato dell’arte per questa città l’estetica del brutto !
Chiamasi estetica del brutto, secondo quando una lettura attenta  di Rosenkrantz* fornisce come spunti interpretativi: l’assenza di forma definita, la scorrettezza, lo sfiguramento o la deformazione. Tassonomie sicuramente arbitrarie con  eccesso di schematizzazione, euristicamente traballanti (per carità lungi da me l’ipotesi di narcisismo intellettuale), ma che forse calzano a pennello al concetto che voglio esprimere.
Fissate queste chiavi di lettura, il discorso scorre da sé!
Assenza di forma definita:  a parer mio tutto ciò che ispira e si muove in questa città è attualmente informe, non definibile, tendente alla dissonanza, al criptaggio totale; individui criptati in mentite spoglie si aggirano producendo disarmonia e mimetismo sociale, scambiando la falsità per autenticità. Ed è proprio questo il punto interessante, che proprio il concetto di falso, di non originale ci restituisce il concetto di bello e  lo fa percepire come un’opera d’arte, tanto più bella quanto più grande è la quantità di brutto, di falso che ha dovuto sopraffare. In poche parole,  noi esprimiamo il peggio (il falso o non autentico) per poter percepire che esiste il bello, per renderci consapevoli che questo si trova altrove sicuramente e che bisogna ricercarlo!
Brutto è anche essere scorretti, che interpreto più come: imperfetto, inesatto, approssimativo,  che come opposto di politically correct. E allora penso che non esista cosa + imperfetta  della comunicazione e del linguaggio attuale dei segni di questa città, cosa che ancora una volta ispira la ricerca di perfezione, di critica, di provocazione sfacciata, di spontaneismo artistico, di sapiente riflessione. Ciò produce arte e il bello di questa città!  Proporsi come un genio del designer, piuttosto che come un grande pittore, scrittore, regista o grande politico o attore, o che so che altro, quando forse si è stati scorretti copiando cosa altrui e per di + in modo inesatto, questo è il paradigma, il manifesto dell’estetica del brutto, du “moche” come dicono i francesi, ciò spinge ancora una volta alla ricerca di una puntualità, di un giusto, di ciò ch’è + conveniente:  ciò  è arte allo stato puro!
Potrei continuare nell’esercitarmi a svelare lo sfiguramento e la deformazione che esprime questa cittadina e suoi + altissimi “geni” locali, ma penso che l’agrigentino sia esso il primo consapevole delle capacità in tal senso che può vantare, e che in fondo inconsapevolmente ne apprezza e ne difende le azioni, quasi fosse il suo “branding”, il suo proprio modo di comunicare, e del resto come non dare ragione ad un naso storto su una bella faccia, ad una scritta demenziale su di un muro antico, ad una gamba spezzata di un efebo, “a sti quattro petri caduti”, alla bellezza del quartiere della storica “frana”, a tutte quelle cose spiazzate un po’ qui e un po’ là…Deformare è sicuramente un arte tanto quanto formare, e a volte produce + nuovo di qualsiasi altra azione formatrice, solo per il fatto che genera soluzioni autarchiche, irruenti, esagerate e particolarmente originali! Beh, almeno si spera!
Dunque, il mio augurio è quello della continuità lungo questa strada, di tracciarne le implicazioni profonde con altre culture, anche lontane nel  tempo e nella forma, di saper  far evolvere “questo brutto” in tenebre, in mancanza totale di luce,  fissare lo sguardo sull’oscurità culturale in cui viviamo e rappresentarla in ogni modo. Inconsapevolmente essere contemporanei, in maniera naturale e casuale. Essere così all’avanguardia!
Trovarsi al centro della contemporaneità, significa vivere il proprio tempo,. Fuori dalle logiche felici del consumo e del “bling-bling”. Scontrarsi con lo sfasamento e l’anacronismo del mondo patinato e asettico dell’uomo post-moderno, senza macchia e senza sbavature! In distonia con la perfezione industriale della copia, che fa tanto pop-art e antico! Buio totale, feudalesimo espressionista, interruttore spento, rancolando nel buio: da ciò si riparte!
E forse la fiaccolata che ho visto di sfuggita ieri sera formalizza una volta ancora, nella sua bruttezza ideale, proprio la nostra contemporaneità. Il mondo in questo momento è brutto, arrabbiato, affamato, ingiusto, deformato, sfigurato dalla guerra a dall’immondizia, reso informale dal controllo dei poteri egemonici,  vittima di rapporti fra popoli e comunità al massimo dello squilibrio e dell’imperfezione, traballante e rinchiuso in una forma dissonante ed ingiusta di gloabalità. Allora, fin quando vivremo in quest’epoca di tenebre, di estetica dell’inestetico, questa città potrà dire di essere all’avanguardia, di far parte del  mondo di esprimere arte vera. Siamo gli ultimi in economia e in occupazione, ma siamo primi in sincronismo e attualità all’ unisono con l’epoca che stiamo vivendo!

jsc08651A proposito di estetica del brutto, il molto newyorkese Josh Smith, che si è fatto notare all’ultima Biennale di Lione, porta avanti la pittura del brutto e sostiene anche la cartellonistica pastosa e l’ ipercollage spesso.
Josh Smith utilizza le lettere del suo nome come pretesto e motivo per dipingere. La maggior parte delle volte Smith lavora su tela o pannello di legno, “mixando” pitture e collage di fotocopie e di poster, s’ interroga sulla nozione d’autenticità e sul mito dell’artista.
La ripetizione sistematica, manuale o meccanica, del suo nome lo svuota di senso e lo transforma in significato generico. Josh Smith può  così sperimentare liberamente a partire da espressionismo, pop art o la “bad painting”. La sua tecnica, che si può accostare a quella di Albert Oehlen o di Martin Kippenberger, mette in gioco la materialità e il formalismo per mezzo di un approccio prolifico e ludico.

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Romantico pop californiano di G. Tedesco

Un quadro della mostra di di G. Tedesco

Un quadro della mostra di di G. Tedesco

Ieri sono stato a vedere la mostra ROMANTICA” PITTURE DI GIOVANNI TEDESCO, e per l’ennesima volta abbiamo assistito al camaleontismo pittorico di questo maestro d’arte agrigentino.
Rintracciare le motivazioni che ispirano un artista è lavoro pressocchè inutile e abbisogna molto estraneamento da se per poter arrivare all’oggetto dell’ immaginario e degli stati d’animo di un artista. Ma nel caso di questa piccola mostra la soluzione mi si è sembrata semplice, era lì davanti agli occhi: l’influenza di Peter Blake e dei “The Brotherhood of Ruralists”, ed allora i conti mi tornavano.
Perchè ? Mah, intanto perchè P. Blake è un simbolo pop degli anni ‘60: manifesti, riviste, copertine musicali,“The Beatles” e “Portrait of Sammy Davis Jnr” sono frutti della Pop art inglese, senza dimenticare la celeberrima copertina di Sgt. Pepper dei Beatles.
Al centro della rappresentazione di Blake prevalgono gli elementi della cultura popolare e del divertimento e Giovanni in questo ha sempre timbrato cartellino. Ma è soprattutto nella decisione di P. Blake alla fine degli anni ‘60, che trovo + assonanza con la mostra vista ieri.
Infatti, alla fine degli anni ‘60, delusi dalla vita londinese Peter Blake e famiglia, decisero di trasferirsi a Wellow, un piccolo villaggio, e qui nacque la Fratellanza dei Ruralisti (The Brotherhood of Ruralists), il cui pseudo-manifesto può essere carpito dalle parole dello stesso artista: “Noi ammiriamo Samuel Palmer, Stanley Spencer, Thomas Hardy, Elgar, il cricket, il paesaggio inglese, i Pre-Raffaelliti … Il nostro obiettivo è di dipingere sull’amore, sulla bellezza, sulla gioia, sul sentimento e sulla magia”.

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Autoritratto di P. Black

Da qui la similitudine nella ricerca del crepuscolo, della luce fioca solare che romanticamente coinvolge l’osservatore in un turbinio natura-le di colori e che dovrebbe farlo piombare in un susseguirsi di emozioni spontanee, colori che svelano ma non rassicurano, come la stessa ruralità, così legata a cicli biologici impietosamente gai, esplosivi e allo stesso tempo inarrestabili nel loro divenire  morte, stimolo alla temporaneità, alla transizione, al continuo movimento nel vento come nel tempo.
Ma c’è dell’altro che ho avvertito negli ultimi quadri del maestro Tedesco: l’influenza californiana, laddovè, e ci risiamo, P. Blake soggiornò nel 1979 fornendo a Blake l’ispirazione per una serie basata su Venice Beach, nella quale prevalgono rappresentazioni che coinvolgono stavolta anche esseri umani inseriti in contesti da spiaggia selvaggia e oceanica e dove tuttora esiste una bellissima galleria, a Laguna Beach, al n. 435 di Ocean Avenue, la Peter Black Gallery, che espone tra le sue fila artisti come Jeff Peters,

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Un quadro di Jeff Peters

i cui segni su tela, al momento, anch’essi esprimono l’effimero e la mortalità, combinando al meglio pop art e il miglior romanticismo tedesco.
E allora Giovanni come avrebbe sentito quest’ onda californiana se non attraverso sua moglie Jackie, appunto statunitense che ha vissuto e studiato arte in California?!
Ed ecco che ancora una volta i conti tornano e che lui stesso lo riconosce dedicando la mostra alla sua bella!
Infine, sul fatto che questo sia “l’album” + bello di G. Tedesco, come dice il nostro amico Fabio DV., non ci punterei molto, anzi lo spero vivamente che il maestro Tedesco ci stupisca ancora una volta, camaleonticamente, ma tenendo sempre fede alla sua linea pop, con la ricerca del nuovo, che quasi mai arriva in quanto tale in questa piccola città di provincia, e che così almeno ci trasmetta ancora una volta un lieve respiro d’universalità, anche se con un piccolo scarto di tempo.
Complimenti maestro!

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